VHS+, le sperimentazioni video dal 1995 al 2000

VHS+, le sperimentazioni video dal 1995 al 2000

Nello spazio espositivo della Project Room, vocato alla riscoperta di alcuni degli episodi artistici più stimolanti e innovativi originati in ambito artistico bolognese e regionale, il MAMbo presenta un progetto espositivo configurato come un dispositivo di pulsazioni audio-visive che nascono dall’ibridazione di differenti linguaggi, formati e pratiche di comunicazione video sperimentata in Italia tra il 1995 e il 2000.

La produzione del periodo esorbita dall’autorialità individuale per estendersi a una dimensione collettiva, costituendosi in gruppi indipendenti di ricerca media-culturali che diventano veri e propri marchi come Opificio Ciclope, Fluid Video Crew, Ogino Knauss, Otolab e Sun Wu Kung di cui la mostra documenta i peculiari approcci espressivi. In un mondo ancora senza bacheche, chat, social media e YouTube, questi laboratori pionieristici hanno materialmente costruito schermi di proiezione nelle loro rispettive residenze – Link Project a Bologna, Forte Prenestino a Roma, CPA ExLonginotti a Firenze, Garigliano e Pergola a Milano – sviluppando fucine creative sintonizzate con le coeve sperimentazioni più avanzate a livello europeo.

VHS+
video / animazione / televisione e/o indipendenza / addestramento tecnico / controllo produttivo 1995 / 2000

Inaugurazione: venerdì 12 ottobre 2018 alle ore 18
Periodo: dal 13 ottobre 2018 al 17 febbraio 2019.

MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna
Via Don Giovanni Minzoni, 14, 40121 Bologna
www.mambo-bologna.org

Progetto di Saul Saguatti (Basmati Film) e Lucio Apolito (Opificio Ciclope)
A cura di Silvia Grandi
In collaborazione con DAR – Dipartimento delle Arti Università di Bologna

Il progetto espositivo al MAMbo trova un’estensione on-line nel sito www.vhsplus.it dove sono consultabili materiali di archivio e approfondimento.

VHS+
(I hope I die before I get old talkin’ bout my generation)

Allineate sugli scaffali più alti, sdraiate in scatole di cartone, nude e baciate dalla polvere, a centinaia di migliaia venti anni di registrazioni su nastri VHS attendono quietamente che una nuova polarità, una carica statica, l’attrito inesorabile del tempo conceda loro l’oblio, la smagnetizzazione.
Venti anni, circa, durò il regno del VHS e venti anni, circa, ci separano da quel periodo.
In quei nastri, oltre ai Bellissimi di Rete 4, alle partite di Italia 90, ai film de l’Unità ci sono anche contenuti originali, il sogno elettronico di una stagione in cammino tra l’analogico e il digitale, montaggi che raccontano di un metodo produttivo, un esito estetico, un’utopia collettiva.

Sono i nostri fossili, raccontano di chi ha popolato la terra prima del diluvio, prima del digitale, lavorando con hardware estinto e con i primordi del software, iniziando un faticoso discorso tra simili e un difficile dialogo con la televisione.
All’opposto del termine ‘Digital Native’ secondo il saggio di Mark Prensky presistevano i ‘Digital Immigrants’.
Il digitale ci viene raccontato come un luogo fisico, una geografia, una terra promessa verso la quale qualcuno è salpato perché altri vi nascessero.
I ‘Digital Immigrants’ che arrivarono su queste coste con i loro VHS venivano da un mondo macchinoso fatto di hardware, di formati molteplici, di esperimenti fatti sciogliendo e coagulando il segnale elettronico; un mondo in cui esisteva ancora il rumore.

Mentre l’industria visiva si definiva magnetica, elettronica e multimediale evocando eidomatica, accelerando poligoni e quantità logaritmiche, una generazione si mise ad accumulare tutta la tecnologia a basso costo disponibile, a deprogrammarla e riprogrammarla cercando di infondere vita ad ogni singolo pixel, a mano, con ogni mezzo necessario.
Bassi formati, bassa fedeltà, tecnologie – giocattolo.

Nel 1980 Alvin Toffler aveva previsto una mediasfera dove il ruolo di produttore e consumatore avrebbe cominciato a fondersi e confondersi in nuova figura: il “prosumer”.
Per il video avvenne in quegli anni, i cinque anni prima della fine del millennio, del secolo, del VHS, gli anni dal 1995 al 2000 vedono una simultaneità italiana di produzioni a tecnica mista, un ricorrente confluire del performativo, di videografica, mixed media, tecniche di animazione, accostamento di camere eterogenee.

La fine del Novecento in un bagliore elettronico.
Una produzione intrinsecamente collettiva che negli stessi anni si irregimenta in gruppi, si fa marchio.
Narrativamente si scappa dal racconto, dal dialogo, dal cinema, si insegue la parodia della comunicazione commerciale, l’oggetto graficamente maturo, si lascia che siano la difformità delle macchine e della loro grana a cantare. Tutto è interstiziale, promozionale, televisivo. Caramelle.
In quelle VHS ci sono anche i muri luminosi che contenevano la musica elettronica di quegli anni, le proiezioni che servivano a placare l’horror vacui di una società senza schermi che non fossero quello domestico.